Donne con la data di scadenza.

“Non sapevo di essere uno yogurt.” (cit.)

 

Mi è capitato di leggere, tempo fa, un articolo in particolare, una risposta scritta da un giornalista nei confronti del quale nutro da tempo grande rispetto e ammirazione, nonostante ben più di una volta abbia espresso opinioni decisamente in contrasto con le mie. Ma, in un momento storico dove la pacatezza e l’esprimere in maniera civile il proprio parere sembrano essere diventati un concetto più unico che raro, penne autorevoli e consapevoli di professionisti meritano ampiamente il nostro tempo e la nostra attenzione. Come molti altri prima di esso, anche questo trafiletto è stato capace di colpirmi ed indurmi ad una riflessione. Questa volta, però, lasciandomi con una sensazione d’amaro in bocca e la consapevolezza di come il nostro modo di pensare sia rimasto quasi del tutto immutato. Mutano i periodi storici, la società si evolve, ma la donna ed il suo corpo rimangono ancora terreno fertile sul quale continuare a costruire giudizi e preconcetti. Molto probabilmente, resteranno tali per sempre.
Lavoro, famiglia, scelte di vita. Sessualità. Ecco, questa è la parola chiave, il punto focale di tanti, troppi discorsi. Che tu sia libertina o casta sino al matrimonio, vergine, moderata o addirittura disinteressata, nella tua condotta ci sarà sempre qualcosa di sbagliato, di disdicevole, un errore da correggere, al quale rimediare il prima possibile. Sulla libera sessualità delle donne sono state spese ormai troppe parole, ridondanti quanto inutili nella smodata ricerca di giustificazioni, accuse, motivi di disprezzo. Se sei vergine, invece, il discorso cambia. Se sei vergine, la tua sessualità e la sua validità potrebbero avere una data di scadenza.
Ma andiamo per gradi.

Fino ai sedici, diciassette, diciotto anni, sarai vista sotto una luce più morbida. Una ragazza seria, responsabile, con la testa sulle spalle, di sicuro diversa da tutte quelle “sciacquette” smorfiose e superficiali interessate unicamente ai trucchi, alle serate in discoteca, a vivere con leggerezza la fine della loro adolescenza. Certo, forse a volte un po’ troppo seriosa, ma che di certo saprà sciogliersi una volta che avrà incontrato il ragazzo giusto. Quello con cui sciogliersi le verrà naturale, assieme alla scoperta del suo corpo e della sua femminilità –come se questo lato fosse indispensabilmente legato ad un possibile, probabile risveglio sessuale. 

Poi arriveranno i venti, i ventuno, forse anche i ventidue. Certo, sei ancora perfettamente normale, ma qualche bocca inizia a storcersi, qualche colpo di tosse risuona già nell’aria. Non importa come tu possa vivere questa tua “condizione”, il bagaglio di una società patriarcale dove il valore e la serietà di una donna venivano misurati dall’integrità del suo imene. Non ha troppa importanza che tu abbia o meno interesse ad intrattenere rapporti sessuali con qualcuno, o se nonostante l’assenza di questi sai comunque ritrovare il piacere fisico con il tanto innocuo ma tanto demonizzato autoerotismo. Non importa, perché le lancette continuano a ticchettare ed il tempo passa inesorabile. Tic, tac. Tic, tac. Il tempo passa e tu devi proprio iniziare a darti una mossa, non importa come, non importa con chi. Ti consiglieranno di chiedere un “favore” ad un amico di vecchia data, per immolare sull’altare della vostra amicizia uno o due giri di lenzuola. Perché sarebbe un vero favore da parte di un vero amico, “liberarti finalmente” di quel fardello che sta diventando la tua maledetta verginità. Ti sussurreranno di affidarti a qualche bicchiere in più del previsto, alle vibrazioni giuste che potrebbe darti un ragazzo scelto praticamente a caso tra le luci intermittenti e la musica rimbombante di una discoteca, e cosa importa se per una notte dovrai rischiare più di quanto tu possa sentirtela. Non importa con chi, non importa come, purché sia fatta e finita. Perché a vent’anni puoi ancora sognare l’amore, un momento che sia pieno di dolcezza e di significato, forse anche un pizzico di magia, a patto di iniziare ad accontentarsi un po’ di più. Di ridurre le tue aspettative. Perché, certo, va bene l’amore, ma bisogna guardare in faccia la realtà. Per levarti il pensiero ed essere finalmente normale, come tutti, come tutte. Ma, attenzione, che non arrivi mai a piacerti troppo. Che non passino mai troppe auto attraverso il tuo passaggio a livello, che il tuo preziosissimo fiore non venga colto da troppe mani, o altre simili metafore di ben dubbio gusto. Certo, scopri pure il sesso, se continuerai ad essere vergine ben oltre i vent’anni c’è il rischio tu appaia addirittura ridicola. Ma sii morigerata. Fallo con chi vuoi, ma non troppo. Con chi vuoi, purchè sia il tuo ragazzo. Come ti piace, ma nulla di troppo strano, di troppo esagerato. Non vuoi che la gente arrivi a pensare tu sia una sporcacciona, una poco di buono. Una puttana. Il sesso è bello, certo. Ma se finirai col portare un paio di preservativi in borsa, contro ogni evenienza e per proteggere la tua stessa salute, non pochi storceranno il naso. Se ti piace il sesso, se sei pronta a farlo, allora sei una porca.

Ma questo, va ancora bene, è ancora accettabile.
Se le cose dovessero trascinarsi ancora a lungo, anche una situazione normale diventa patologica e richiede soluzioni non convenzionali. E’ il caso di ridurre le tue aspettative, lasciar perdere una volta per tutte i sogni, il romanticismo, il voler unicamente il meglio per te stessa, e risolvere una questione urgente. Tutto si riduce ad un’unica parola; “problema”. Potresti essere una donna di successo, avere una o addirittura due lauree, un lavoro sicuro che ti stimola e ti piace, amici, una famiglia amorevole alle spalle; in poche parole una vita di successo che molte persone potrebbero apertamente invidiarti. Se sei ancora vergine, il problema non sono forse gli uomini (o le donne, distacchiamoci da una pervasiva eteronormatività) che hai incontrato lungo la tua vita, che non hanno saputo comprendere te, la tua emotività ed il tuo corpo, no. Il problema, per quanto questa definizione sia viscida, fuorviante ed un poco ignorante, sei tu.

Sei tu il problema, perché per sfortuna o per tua scelta non sei rientrata in quella che la società ha definito come normalità. Perché, per un motivo o per un altro, l’integrità del tuo imene riesce ancora a definire in tutto o in parte quella che sei. Perché, nell’anno domini 2017, un concetto antico, patriarcale, astratto come la verginità viene ancora cucito sulla tua pelle, fino a diventare un modo col quale definirti, catalogarti.
Vergine. Frigida. Figa di legno. Diciamo che coi termini ci siamo sbizzarriti, e noterai subito quanto i toni si siano fatti più ironici, più taglienti e meno accondiscendenti di quando eri solo un’adolescente. Il valore si è presto trasformato in un problema, il tuo problema, anche se ai tuoi occhi potrebbe non essere mai apparso come tale. Ma poco importa.

La mia domanda, in tutto ciò, è una sola: ha davvero importanza?
Ha importanza se una donna sia o meno ancora vergine? Ha importanza a che età abbia perso la verginità, oppure in che decade della sua vita sia arrivata tutt’ora illibata? L’integrità del suo imene avrà forse maggiore importanza di tutti i successi, di tutti i titoli, di tutte le conquiste che una donna sia riuscita a raggiungere nel corso della sua vita? No, non deve. Perché non ha alcun senso, perché siamo molto di più. Perché la nostra femminilità non dipende esclusivamente dall’aver o meno scoperto il sesso, perché tutti i traguardi e tutte le vittorie non dovranno mai perdere improvvisamente di luminosità al cospetto di una probabile verginità. Non ha senso e, per mio modesto ed assolutamente parziale parere, è quanto di più ridicolo, supponente e sterile io possa immaginare. Supponente, in quanto ogni vostro prezioso “consiglio” su come superare tale problema sarà sempre, fidatevi di me, tanto indesiderato quanto superfluo.

Il nostro corpo è un nostro, personale, affare privato, con tutto ciò che lo riguarda e lo concerne. Con tutte le scelte e le responsabilità che ne conseguono. E, soprattutto, non sarà mai compito di nessun uomo decidere cosa sia o non sia patologico o problematico riguardo al nostro modo di vivere – e di non vivere – la sessualità.

 

 

Annunci

8.30 am

blog

Era diventato il nostro rituale.

Non passava un solo mattino senza che la vedessi aprire le imposte, spalancare la finestra sul piccolo balconcino in ferro battuto, socchiudere le palpebre per il troppo sole e gettare un’occhiata distratta al di là della ringhiera, alle persone che già si rincorrevano su è giù per il marciapiede.
Tutte le mattine, pochi minuti dopo lo scoccare delle otto e mezza. Con una tazzina di caffè in una mano, una sigaretta tra le labbra socchiuse, i capelli spettinati lasciati ricadere lungo le spalle. A volte stretta in una vestaglia, altre ancora con solo un vecchio pigiama ed il totale disinteresse verso possibili sguardi indiscreti. Silenziosa, corrucciata, distratta; con la tazzina una volta svuotata subito trasformata in un posacenere di fortuna. Con tracce di trucco tra le ciglia e sotto le palpebre, probabile ricordo di una nottata trascorsa in bianco, souvenir di un viso lavato in tutta fretta, lavato male, forse per il bisogno che aveva di rifugiarsi al più presto sotto le coperte. Con le tue mani magre, nervose, con quelle unghie perennemente laccate di rosso, mani che si alternavano indecise tra la cenere di sigaretta da far cadere e qualche ciocca di capelli da torturare. Nervosa sin dal primo mattino. Nervosa di lunedì, nervosa di martedì, nervosa il weekend.

Era diventato un rituale senza voce.
Non parlavo io, non parlavi tu. Si condivideva il silenzio, la noia e l’inutile attesa, la sensazione confusa di pigrizia e procrastinazione di chi si è tirato a forza giù dal letto senza riuscire a svegliarsi davvero. Si condividevano gli sguardi lanciati di sbieco, la mia curiosità e la tua indifferenza, la distanza apparentemente insormontabile di due finestre l’una accanto all’altra. Sarebbe stato sufficiente allungare un braccio, voltare la testa e rivolgersi anche solo un sorriso, per mandare al vento qualsiasi scrupolo o tentennamento; per rivolgersi anche solo qualche parola di circostanza, qualche parola di conforto. Io che con le parole non ci ho mai saputo fare, tu che di parole sembravi non avere alcun bisogno. Tu che rimanevi ogni volta in silenzio, in contemplazione di un paesaggio che soltanto i tuoi occhi avevano il privilegio di ammirare. Come se i palazzi ingrigiti, il cielo, il profumo del mare, sussurrassero segreti unicamente per te, come se questa piccola, anonima città portasse dentro di sé una poesia che soltanto il tuo cuore poteva capire.

Un rituale di sigarette, di caffè, di silenzi in comune. Di non saperci fare con niente, né con le parole, né tantomeno con la vita.

NNO’ DISTINU

Un bivio da prendere Adesso

S’accumincia sensa sali
Tra na birra e ‘n caudu forti
Riminennu senza mali
U quadernu de cunforti

Mentri ugghi l’acqua e u sensu
Era già tuttu cunzatu
Nné disegni di l’immensu
Trovu u beni apparicchiatu

Incantesimu ispiratu
L’occhi tinci di culuri
E lu piattu già mangiatu
Tocca a panza di sapuri

Tagghia a frutta cu ‘nnuccenza
E la fini di lu pranzu
Righi e libbru nna cuscienza
A cuperta do ma canzu

Resta sulu di lavari
I piatti e appuoi ricuminciari

20 maggio 2014, Salvatore Oddo.

nnò distinu poesia un bivio da prendere adesso nnò distinu poesia un bivio da prendere adesso

View original post